Nella selva amazzonica del Perù sulle tracce degli indigeni

Niente telefoni ed elettricità, ma la biodiversità più ricca del mondo

La foresta amazzonica copre più del 60% del territorio peruviano ed è tutelata attraverso riserve e parchi nazionali. L’area di Manu (oltre 17mila chilometri quadrati) è patrimonio Unesco dal 1980


Pubblicato il 12/10/2017
INVIATO A boca manu (perù)

La prima cosa da sapere quando si arriva in Amazzonia è che qui, nulla è come sembra. A cominciare dalla sensazione di quiete assoluta che ti circonda. Un silenzio e una pace irreali che si rivelano presto apparenza. Chi ci vive o conosce la zona lo ripete come un mantra: la foresta e l’acqua dei fiumi nascondono una lotta per la sopravvivenza che non risparmia nessuno. Insetti, pesci, uccelli, mammiferi e persino gli alberi. Si fa in fretta a capire perché: il versante peruviano dell’Amazzonia (oltre il 60% del Paese) è uno scrigno che custodisce la più grande biodiversità del mondo insieme alla Colombia. Oltre 1000 specie di volatili (sono 1800 in tutto il Perù), 400 specie tra pesci e mammiferi, addirittura 3500 di farfalle. Ma il record spetta alle piante, più di 20 mila. Un paradiso e in quanto tale non proprio a portata di mano.  

 

Dieci ore di viaggio  

Chi decide di farci visita può arrivare via terra dalle Ande o sfruttare l’aeroporto di Puerto Maldonado, nell’estremità meridionale del Paese, al confine con la Bolivia. Ufficialmente è già Amazzonia ma per raggiungere il cuore autentico della selva, dove la mano dell’uomo ancora non si vede, la strada è lunga, almeno 10 ore tra auto e barchette, l’unico mezzo di trasporto possibile nella giungla. Un viaggio a due colori (il verde della foresta, l’ocra dei fiumi) e un unico suono: il motore fuoribordo delle imbarcazioni. Un incedere lento, a zig zag tra i tronchi che la corrente ha strappato alla foresta, un percorso suggestivo e un po’ alienante che fa perdere in fretta la percezione del tempo.  

 

Alla partenza si dice addio al telefono: niente chiamate, niente internet, niente elettricità. Qui si vive come i nativi che non hanno mai abbandonato la zona e, in molti casi, rifiutano i contatti col mondo. La stima parla di 400 famiglie ferme all’Età della pietra, ma è un calcolo difficile perché queste popolazioni non sono avvicinabili. Il parco nazionale di Manu (dal 1980 patrimonio Unesco) occupa oltre 17 mila kmq (poco meno della metà della Svizzera) e al suo interno ospita appena 4 lodge. Il 18% dell’area è accessibile ai visitatori, il resto è riservato a progetti di ricerca e soprattutto agli indigeni. Le attività economiche sono vietate e ci sono permessi molto restrittivi anche per chi lavora col turismo.  

 

Il caimano bianco (può essere anche nero) è il padrone delle spiagge. Si avvista bene di giorno, ma è molto attivo anche la notte

 

 

Il territorio è ancora in mano ai veri padroni della natura: giaguari, anaconde, caimani, aquile, falchi, lontre, tapiri, nutrie, capibara, armadilli, formichieri, scimmie e bradipi. Una moltitudine di animali tra cui spiccano i predatori. I nativi non li cacciano, i turisti li inseguono per le foto, tutti li temono e li rispettano. Sarà anche per questo che si viaggia soli e in mezzo al nulla per ore e ore, ma si finisce per parlare sempre sottovoce. Certo, i racconti dei bambini rapiti dalle aquile, quelli delle formiche giganti capaci di uccidere un uomo con tre morsi o la storia del cittadino americano ammazzato da un caimano mentre faceva il bagno e divorato dai piranha, non aiutano a vivere la giungla a cuor leggero. Ma con le dovute accortezze (non si può girare senza una guida autorizzata) i pericoli lasciano spazio alle leggende. La più famosa è quella di ciulianciaki, il folletto della foresta.  

 

Secondo la credenza popolare uno spirito con una gamba di maiale e l’altra di giaguaro che compare ogni volta che qualcuno pronuncia il suo nome per due volte. Gentile d’aspetto, assumerebbe le sembianze di una persona famigliare accompagnando il malcapitato nella foresta per farlo perdere. Non è una leggenda invece il morso del serpente. Le specie più velenose sono sei. E sei, in media, le ore a disposizione per evitare il peggio. Ma l’ospedale più vicino è a circa 10 ore dal parco di Manu. Per i turisti è attivo un servizio radio attraverso cui è possibile far arrivare un elicottero. Per tutto il resto viene in soccorso la natura perché, come si dice da queste parti, «l’Amazzonia è saggia e ha un rimedio per tutto».  

 

La lontra gigante può raggiungere i due metri di altezza ed è un predatore feroce  

 

I poteri della foresta  

La corteccia del garlic tree, per esempio, viene usata come repellente per gli insetti. Il tree of life serve per curare l’asma. Poi c’è il naked tree, utile per controllare il diabete, ci sono foglie di palma perfette per pulire i denti e ancora piante per curare i reumatisti, il mal di stomaco, il mal di testa, la leishmaniosi e persino l’inappetenza dei bambini. Tante proprietà e qualche rischio. Si dice che i cacciatori avessero l’abitudine di ripararsi alle pendici degli iron tree, piante con proprietà allucinogene che finivano per farli smarrire. Di sicuro non si perde l’orientamento se si segue la chioma dei silk cotton tree. I nativi bruciano i defunti alla base dei tronchi con la speranza che, essendo molto alti (fino a 60 metri), conducano le anime in cielo.  

 

I pappagalli ara vivono sempre in coppia e sono monogami. Spesso quando uno dei due muore anche l’altro non sopravvive  

 

 

Per questo motivo li venerano e non li tagliano. Un’attenzione alla natura che purtroppo non esiste appena si esce dalle aree protette. Qui la presenza dell’uomo si vede in tutta la sua brutalità. La ricerca illegale dell’oro ha devastato vastissime aree di foresta pluviale, in particolare sulle sponde dei fiumi dove operano indisturbate migliaia di persone. La sabbia viene lavata con il mercurio che poi finisce in acqua, un danno enorme come la contaminazione dovuta all’estrazione (anche questa quasi sempre illegale) di petrolio. Pratiche che alimentano il disboscamento incontrollato e fanno di questa area una terra di nessuno: il governo si è arreso e la polizia neanche ci viene. Negli ultimi anni sono cresciute le associazioni di nativi che si battono per la salvaguardia ambientale e lavorano a progetti di riforestazione. Un primo passo, anche se la strada da fare è lunga e piena di insidie, molto più che un viaggio alla scoperta dell’Amazzonia. 

 

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