Diaspora, quando la fine è un nuovo inizio

Il docu-film che rivive il rastrellamento dal Ghetto di circa mille persone a Roma


Pubblicato il 16/10/2017

Shoah, cioè “tempesta devastante”, è termine in uso per indicare lo sterminio nazista degli ebrei, cinque/sei milioni di vittime fra il 1939 e il 1945. In Italia la deportazione verso i lager iniziò all’indomani della fondazione della Repubblica di Salò; e uno dei primi episodi fu, nella Roma occupata dai tedeschi, il rastrellamento dal Ghetto di circa mille persone. Quel 16 ottobre 1943 di cui oggi si celebra la triste ricorrenza, Simone Piperno si era tempestivamente rifugiato nell’appartamento dei coniugi Alberto e Clara Ragionieri, dove lui e i familiari rimasero nascosti fino all’arrivo degli Alleati nel giugno ’44. Adesso i nomi dei Ragionieri sono scolpiti sul Muro d’onore nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme; e la produttrice Marina Piperno – la figlia di Simone che al tempo era una bambina - ha porto loro commosso omaggio durante una delle tappe di un lungo viaggio fra USA, Israele e Italia, cominciato nel 2013 e durato circa due anni. Viaggio che, con la complicità del regista Luigi Monardo Faccini – insostituibile compagno di vita e di avventure cinematografiche - si è tradotto in un film, Diaspora, distribuito in un album-cofanetto di quattro DVD da Cinecittà Luce. 

 

Se nell’ottobre 1943 la Piperno si trovava nella capitale fu solo perché il padre, preso atto che gli Usa non avrebbero concesso accoglienza alla vecchia madre, si era rifiutato di raggiungere le sorelle già in salvo all’estero. Ma settant’anni dopo, l’incontro con i cugini, nipoti e bisnipoti trasferitisi o nati oltreoceano - i cui nomi grazie a una fitta rete di incroci matrimoniali vanno dai Di Segni ai Sonnino, dai Fornari ai Bises, per non parlare di più attuali e internazionali ramificazioni – fa affiorare in Marina un forte, ineludibile sentimento di appartenenza. Fra i parenti c’è chi è laico e chi è rabbino riformato, chi vive a Tel Aviv e chi risiede a New York: però in tutti loro, come in lei stessa, alberga la consapevolezza di una condivisa identità culturale che non passa necessariamente per la religione, e attiene semmai a un segreto territorio dello spirito. Marina dialoga, intervista, fruga negli archivi, trova vecchie foto, lettere, filmini, scruta i volti amati degli scomparsi, ne interpreta malinconie e sorrisi; e Faccini da dietro l’obiettivo coglie con freschezza l’esperienza di questo viaggio in un presente traboccante di passato, setacciando le immagini al filtro di un’affettuosa sensibilità. Proprio vero ! Come da sottotitolo, pur diretta conseguenza della tragedia della Shoah, la Diaspora può anche significare una fine che è un nuovo inizio.  

 

*****AVVISO AI LETTORI*************
Segui le news di La Stampa Spettacoli su Facebook (clicca qui)
*********************************

home

home

La Stampa con te dove e quando vuoi

I più letti del giorno

I più letti del giorno