Cosa fare nel week end, i consigli di Tuttolibri

Danza, a Firenze il Cantico dei corpi  

«Amore mio dimmi – dove / Pascoli il tuo bestiame?/ Ho grande voglia di rannicchiarmi/ Nella sua ombra». «Il cantico dei Cantici», attribuito al Re Salomone, qui nella versione di Guido Ceronetti, è la fonte di ispirazione per il brano di Virgilio Sieni che oggi e domani va in scena al Cango (i Cantieri Goldonetta) di Firenze. Fa parte del festival «La Democrazia del corpo» e vede in scena sei interpreti della compagnia di Sieni. Spiega l’autore, uno dei capostipiti della danza contemporanea italiana: «Qualcosa accade in una pianura d’oro, tavola dove si svolge l’azione. Corpi che si definiscono attraverso il bagliore della luce che sempre si muove tra notturno e penombra. Tutto si articola attraverso otto momenti: idilli pastorali, frammenti sull’amore in forma di vicinanza e tattilità». Declinato secondo lo stile liquido e ineguagliabile di Sieni. 

(Sergio Trombetta)  

 

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Teatro, Celestini canta le vite ai margini  

«Se non volevano farti guardare quello che succede dentro alle case non ci mettevano le finestre» dice Ascanio Celestini in Pueblo, secondo pannello di una trilogia cominciata con Laika. In questo nuovo spettacolo Celestini è un uomo che, in un giorno di pioggia, guarda un piccolo mondo marginale: la periferia, il bar, il supermercato, il marciapiede e la gente capitata lì non si sa perché. Accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, Celestini guarda e racconta. Da cantastorie ispirato, fa vivere Violetta, la cassiera del supermercato che sogna di diventare regina in un reame di disperati; Domenica, la barbona che non chiede l’elemosina, ma vive con il cibo in scadenza che le dà il supermercato e muore là fuori, sotto la pioggia, senza che nessuno abbia il coraggio di avvicinarsi a lei; il facchino Said, fidanzato di Domenica e vittima del videopoker; Giobbe, che lavora con Said e non si sa da dove arrivi; uno zingaro di otto anni, che insegnò a Domenica come si rubano i portafogli. Sogni, pianti, maternità negata, fatica: storie minime, ma guardate con quale occhio? Dice Celestini: «Un guardone vuole vedere quello che fai. Un poeta se lo deve immaginare». 

(Osvaldo Guerrieri)  

 

Domenica 12 novembre al Teatro Garybaldi di Settimo Torinese  

www.santibriganti.it/civico.htm  

 

Mostre, a Bologna forbici, colla e inconscio per cambiare il ’900  

Caso, umorismo, scandalo. Con l’ambizione di esercitare il genio nell’Europa martoriata dalla Grande Guerra, qua e là, comparvero artisti (non sempre volevano essere tali) che usarono oggetti comuni (ready made) per abbattere il confine tra arte e vita. Prima dada, poi surrealisti, cambiarono la creatività del secolo moderno. A Bologna una mostra curata da Adina Kamien-Kazhdan racconta quella colorata rivoluzione con 179 opere provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme, perché grazie alla donazione di Vera e Arturo Schwarz (primi fra altri), lì è custodita la raccolta più organica in materia. I collage con pezzi di carta, bottoni, biglietti, metri da sarto, di Picabia, Schwitters, Hoch, Moholy-Nagy. La ruota che Duchamp inchiodò a uno sgabello (replicata nel 1964). Le macchie semiautomatiche di Miró, Masson, Arp; i giochi fotografici di Man Ray per liberare l’arte dal pensiero cosciente. I liquidi biomorfismi di Tanguy che fondono insieme animali, piante, pietre. Gli scheletri di Delveaux, convitati di ossa per l’Europa del ’44. Fino a Dalí e Magritte che, sulla scorta di Freud, mescolano sogno e realtà per comporre la «surrealtà» (il copyright è di Breton), accostando nella pittura oggetti fuori dallo spazio e dal tempo. Come il magnifico Castello sui pirenei, un blocco di rocce sospese sopra onde marine. Imponente, visionario, cinematografico. Che l’avvocato Harry Torczyner si fece dipingere dall’amico René per il suo studio, e poi donò al museo israeliano. Vederlo dal vivo, vale l’entrata. 

(Bruno Ventavoli)  

 

ARCVIT

Fino all’11 febbraio 2018 a Bologna, Palazzo Albergati  

«Duchamp, Magritte, Dalì. I rivoluzionari del 900»