Gabriele Lavia: “Arrivato a 75 anni vi posso dire che l’amore è l’unica cosa che conta”

L’attore in scena con poesie di Prévert: «Così cerco la mia giovinezza»
ANSA

Gabriele Lavia inaugura domani la stagione del Teatro La Pergola di Firenze con «I ragazzi che si amano» di Jacques Prévert,un recital che è una chiacchierata sull’amore


Pubblicato il 13/11/2017
Roma

«Non parlate male dei poeti. C’è già così poca gente che parla di loro». Se il pensiero di Louis-Ferdinand Céline si estendesse all’attore di teatro non si compirebbe un sacrilegio. Incompresi quelli, reietti questi, terra da concime per animali. Eppure c’è della poesia nell’essere teatrante alla vecchia maniera, l’unica, quella classica, ideata dai greci e mai mutata. Gabriele Lavia se la porta addosso con orgoglio questa tunica logorata dal tempo e dall’uso incessante. Ha compiuto da poche ore 75 anni, molti spesi sul palco, da interprete e da regista. E domani, come primo attore della Fondazione Teatro della Toscana inaugura la stagione del Teatro La Pergola di Firenze, in prima nazionale, con I ragazzi che si amano da Jacques Prévert, un recital, una chiacchierata sull’amore «l’unica cosa che conta». 

 

Lavia che cosa cercava con questo spettacolo?  

«La poesia e la mia giovinezza a Torino. Andava di moda Prévert, il libro me lo regalò la mia ragazza. Ha superato traslochi, case, città, figlie, mi occhieggiava di continuo. L’ho ripreso, ritradotto, lo volevo fare per me e ora va in scena». 

 

Ripreso dopo anni, che cosa le dicono oggi queste poesie?  

«Mi parlano di un uomo molto complesso, tutt’altro che poeta da cioccolatino. Anti esistenzialista nell’epoca di Sartre e Camus, un poeta non impegnato perché è la vita che si impegna in lui producendo amore. Dunque dolore, disperazione, felicità, malinconia». 

 

Un recital?  

«Venti poesie senza libro, senza microfono che ruba la voce all’attore e lo consegna alla macchina». 

 

Il teatro come deve essere...  

«Il teatro è nato molto tempo fa ed è nato perfetto. Non credo alla multimedialità. Piuttosto all'alchimia attore-spettatore». 

 

A 75 anni si tirano le fila?  

«Vado per i 76 dimostrandone 32, sono nonno di un maschietto, Arturo Gabriele, l’unico che porterà avanti il mio nome perché le mie figlie non si gioveranno del patronimico. Perché non fate una battaglia per questo?». 

 

Perché prima dobbiamo lottare per non farci uccidere, poi per non farci molestare. Cavalcando a ritroso nella sua carriera, quali sono stati i momenti più eccitanti?  

«Quando ho incontrato il grande successo che è durato 8 anni. Erano gli Ottanta de I Masnadieri, de Il principe di Homburg, un momento che ha coinciso con la mia forza fisica più piena quando la giovinezza si compone in una maturità consapevole: non hai perso la tua innocenza ma riesci a dominarla. È così per chi fa un mestiere creativo o scientifico. Con il passare degli anni è tutto più difficile, i ruoli sono di meno, si fa fatica e io sono un regista che si mette addosso gli spettacoli che fa». 

 

Il teatro è amato dal pubblico sempre di più e sempre meno da chi lo dovrebbe agevolare. Perché?  

«La gente lo ama perché è la più antica e perfetta rappresentazione dell’uomo di fronte ad altri uomini, è lo specchio di chi guarda il mito di Dioniso che non si riconosce per quello che è. Il teatro sopporta bizzarrie, tentativi di inutili modernizzazioni perché l’essenza non cambia mai». 

 

E chi lo dovrebbe agevolare?  

«La politica non ha mai capito il teatro, non si rendono conto di sovvenzionare la vita. Come gli architetti, che costruiscono teatri brutti, senza acustica, perché non hanno la cultura per sapere che il teatro è la cosa più importante inventata dall’uomo, il paradigma di ogni attività umana». 

 

E il cinema?  

«È una tecnica per cui viene superato, come la macchina da scrivere e il fax. Il cinema è stato ucciso dai telefonini. Il teatro non lo riproduci a casa e sarà sempre più arcaico e sopravviverà come le lasagne della nonna tramandate». 

 

Che cosa le sarebbe piaciuto fare e che non ha mai fatto?  

«Tantissime cose. Ora vorrei mettere in scena Re Lear. Ho avuto la fortuna e la disgrazia di aver visto i grandi e ho pudore. Re Lear l’ho portato con Strehler e vorrei riproporlo come tributo al più grande regista di tutti i tempi, che con Orazio Costa mi ha onorato della suo affetto». 

 

Che cosa le hanno insegnato?  

«Il rigore, la moralità, la disciplina. Si consideravano attori e non registi, segno di umiltà e di orgoglio, anche di amore per una categoria che oggi rappresenta l’evento tragico del teatro perché fa la fame e nessuno se ne preoccupa». 

 

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