Le lacrime di Buffon

AFP


Pubblicato il 14/11/2017
Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 14:02

Ero anche io tra i 15 milioni di italiani che guardavano Italia-Svezia, ieri sera. Non capisco nulla di calcio, e chiedo preventivamente scusa agli esperti. 

 

Ma le partite della nazionale, secondo me, non sono calcio e basta. Sono il focolare dove ci ritroviamo tutti, anche noi incompetenti. Il posto dove gli italiani si sentono italiani, una specie di «2 Giugno» con la scusa dello sport. 

 

Dice Goldmann Sachs che la sconfitta ci costa 100 milioni di euro. E’ la seconda volta che ci capita, l’altra fu nel 1958. 

 

Mi ha colpito l’intervista finale a Buffon che, certo, aveva il suo sogno personale (entrare nella storia con il sesto Mondiale). Ma che, secondo me, ieri sera in televisione, non piangeva solo per sé. 

 

Con le spalle curve, il viso stropicciato dalle mani che cercavano di mascherare le lacrime, il mito dei portieri era un povero uomo qualunque. Uno uguale a noi, che di sbagli ne facciamo tanti. Uno che diceva «non ci abbiamo messo abbastanza energia». Uno che tirava fuori il futuro senza avere l’aria di crederci davvero. Uno che parlava al posto del ct, che di parlare si era rifiutato. Uno che chiedeva scusa. 

 

Dicono che questa è «la grandezza dello sport». Magari sbaglio, ma a me pare che il calcio non sia solo sport. È anche una straordinaria macchina per fare soldi. E i primi che li fanno sono i calciatori. Eroi sempre, e guai a dire che non lo sono. 

 

I calciatori sono intoccabili. Il loro mito ha attraversato gli scandali della corruzione e attraverserà anche lo scandalo della inettitudine. La Nazionale risorgerà, e al prossimo Mondiale magari saremo i primi, siamo abituati a rinascere. 

 

Ma quello che ha fatto ieri sera Buffon, secondo me, è stata di fatto la Rivoluzione. 

Non ha dichiarato la grandezza del calcio, ma la sua pochezza. E forse per questo le lacrime gli scorrevano copiose, e non gli riusciva di fermarle. E forse, ammetterla, è la condizione per vincere la prossima volta. 

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