Buongiorno

Elogio della disfatta


Pubblicato il 15/11/2017
Ultima modifica il 15/11/2017 alle ore 09:57

Aver mancato la qualificazione ai Campionati mondiali di calcio non è un dramma, nemmeno sportivo, sebbene non succedesse da sessant’anni, il che dà la misura del fiasco. Ma il tracollo, come il trionfo, sa portare l’incanto della grandezza: Ettore non è meno glorioso di Achille, e l’altra sera il tracollo ha consegnato alla gloria della polvere quel monumento di Gigi Buffon, ridotto alle lacrime di una fragilità molto virile. Qui, poi, a differenza dell’epica di Omero, c’è il non trascurabile vantaggio di essere rimasti in vita: il calcio è commedia umana, un feuilleton che prevede sempre la prossima puntata, in cui il tracollo è un’opportunità, è il presupposto della catarsi e della rinascita.  

 

Vale anche per il presidente della federazione, Carlo Tavecchio, che nel tracollo aveva l’occasione di riscattare l’immagine di intellettuale da osteria coi gomiti sul bancone. Vale per il commissario tecnico, Giampiero Ventura, decenni di ottimo calcio ai margini della nobiltà, e infine umiliato dall’azzardo come un sublime personaggio dei Malavoglia. Il tracollo, dovevano sapere, non è il fallimento di un uomo, ma il fallimento di un’impresa. Bastava presentarsi dopo la partita e dimettersi, farsi da parte con la struggente dignità di chi ha perduto. La gloria. Invece no. Hanno scelto di restare lì, per vedere se c’è ancora qualcosa da raccattare, nascosti dietro una sintassi burocratica e furbina, in fuga dalle loro responsabilità che è sempre una fuga cieca, e porta allo strapiombo in cui l’uomo precipita insieme alla sua sconfitta.  

 

 

 

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