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Editoriali
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 15/11/2017.
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Dopo il tracollo in scena un copione già visto

Tutta questa tragedia nazionale dei mancati Mondiali potrebbe anche risultare perversamente divertente se non avesse un sentore di già visto, e anche piuttosto stantio. Siamo infatti nell’ambito della più classica catastrofe italiana, il consueto frullato di imprevidenza, sottovalutazione dell’avversario, sopravvalutazione propria, mancata assunzione di responsabilità, vagonate di senno di poi e vaghi progetti di palingenesi. Certo la «catastrofe sportiva» di San Siro è meno grave perché, se non altro, non è morto nessuno, a parte forse il senso della misura, ma gli ingredienti sono gli stessi di altri tipici disastri made in Italy, tipo Caporetto di cui ricorre giusto il centenario. O l’Otto settembre, solo che in questo caso si passa dal «tutti a casa» al «restiamo a casa».  

 

Nulla ci è stato risparmiato, dagli sportivissimi fischi all’Inno svedese ai commenti di Zenga, dalle interpretazioni dei labiali di De Rossi al pianto collettivo dei nostri eroi, curiosamente molto apprezzato come se il buon funzionamento delle loro ghiandole lacrimali riscattasse quello, pessimo, dei loro piedi (a proposito: da quando il «Grande fratello» o «Uomini e donne», cioè i veri modelli di usi e costumi nazionali, hanno sdoganato il pianto virile si sono aperte le cateratte e ormai l’ex macho italico vive con la lacrima incorporata...). Però Buffon ha ragione quando dice che è anche un fallimento «sociale», perché in tempi duri il ruolo lenitivo del più popolare dei circenses non è da sottovalutare. Lo aveva già capito il Duce, che però i Mondiali li vinceva (e i più nostalgici: eh, signora mia, quando c’era lui, intendendo ovviamente Vittorio Pozzo). Ma stavolta non abbiamo perso una battaglia, abbiamo proprio perso la guerra. 

 

Peggio delle prestazioni azzurre ci sono solo le reazioni della pubblica opinione. Si va dai pensosi e anche un po’ penosi editoriali di chi fino alla vigilia garantiva che si sarebbe passati alle invettive sui social modello «andate a lavorare», dalle proposte di boicottaggio dell’Ikea (il Nobel no, non interessa nessuno, figuriamoci i film di Bergman) ai processi sommari davanti al tribunale di Internet. E poi calcoli sofisticatissimi su quanto costerà l’esclusione, pare ormai assodato come un paio di finanziarie (quelle di Monti, però), interventi sempre ex post del ministro competente, richieste di sangue, sudore e lacrime che saranno presto dimenticate, accuse dei politici autarchici: basta con tutti questi calciatori stranieri (aiutiamoli a casa loro?). Siamo allo psicodramma collettivo, alla voluttà del disastro, all’amaro calice trangugiato fino alla feccia. C’è chi giura che è stata vista piangere una foto di Bearzot. 

 

Intanto, i responsabili si guardano bene dal dare le dimissioni, esattamente come Cadorna dopo la disfatta e una serie di sanguinose spallate più inutili dei traversoni contro una difesa svedese dove il più basso è sui due metri, tacchetti esclusi. Gli indignati speciali scoprono l’acqua calda, cioè che il calcio italiano sarebbe, appunto, da prendere a calci e il fiasco pallonaro la metafora di un Paese ingessato, invecchiato, insoddisfatto e insoddisfacente. 

 

E dire che, alla fine, si tratta soltanto della brutta figura di undici brocchi in mutande guidati da un brocco in giacca e cravatta. 

 

Alberto mattioli
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