Quarant’anni fa i terroristi colpivano la voce della libertà

Il 16 novembre i brigatisti sparavano al vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno. Morirà tredici giorni dopo. Il suo esempio per difendere i nostri diritti

Illustrazione di Paolo Galetto.
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Pubblicato il 15/11/2017

A 71 anni dalla sua nascita la Repubblica italiana può affrontare le temibili sfide del XXI secolo grazie a un patrimonio di valori che si originano dalla passione laica per le istituzioni democratiche che distinse l’Assemblea Costituente e dunque i suoi padri fondatori. Rafforzare il legame con tali radici significa rinnovare lo spirito di chi scelse di affidare le sorti della nostra nazione alla formula di un’Italia «una e repubblicana» così come intrinsecamente legata alla comune patria europea. 

E protagonista di un Occidente fondato sul rigido rispetto e la granitica difesa delle libertà individuali di ogni cittadino. Ricordare l’eredità di Carlo Casalegno a quarant’anni dal suo brutale assassinio a Torino da parte dei terroristi delle Brigate Rosse significa rinsaldare e rilanciare in avanti, alle nuove generazioni di italiani ed europei, la sfida di essere protagonisti del credo laico che lo distingueva nello Stato di diritto, nelle istituzioni repubblicane, nell’Europa e nell’Occidente. In ultima istanza, nella forza incontenibile delle libertà.  

 

Se in un breve scritto che ho l’onore di tenere incorniciato nel mio ufficio di direttore della Stampa, Casalegno traccia un paragone esplicito fra Resistenza antifascista e lotta al terrorismo è perché gli alleati di Hitler come le Brigate Rosse minacciarono, in tempi storici differenti, ciò che di più prezioso abbiamo: la libertà di essere noi stessi nel rispetto delle regole della democrazia. 

 

Tutto ciò è vitale per la Repubblica oggi come quarant’anni fa in ragione dell’entità delle sfide strategiche che minacciano la democrazia nel nostro Paese, in Europa e in Occidente: le diseguaglianze economiche, le migrazioni di massa e il terrorismo jihadista. Le diseguaglianze economiche causate dalle imperfezioni, dalle ferite, dalla globalizzazione creano disagio, scontento alimentano la protesta dei giovani, delle famiglie, del ceto medio. Minano dal di dentro la tenuta degli Stati nazionali in Occidente. Per riuscire ad ascoltare la voce dei disagiati e quindi a formulare risposte efficaci la Repubblica può rifarsi a quell’idea di «Dio e popolo» che Giuseppe Mazzini indicò come fonte prima della legittimità, come motore ideale dello Stato unitario. 

 

Riscoprire il legame fra le istituzioni repubblicane e il popolo dei cittadini significa adattare leggi e regolamenti a una realtà che non è più quella del Novecento, dove al posto della povertà c’è il disagio per la difficoltà ad affrontare i cambiamenti in atto, a cominciare dell’avvento delle nuove tecnologie e dall’allungamento della vita media. La sfida per le istituzioni repubblicane è nel saper essere flessibili, adattando i principi fondatori, e dunque il dettato della Costituzione, a una realtà profondamente mutata. Immaginando nuove forme di protezioni, economiche e sociali, per il ceto medio.  

 

Le migrazioni di massa che investono l’Europa e anche il nostro Paese sono anch’esse portatrici di novità rivoluzionarie: le nostre società saranno sempre più multietniche, multiculturali, multireligiose. I vicini di casa avranno fedi diverse dalla nostra, verranno da terre lontane, parleranno altre lingue. Ma saranno italiani ed europei come noi. E saranno sempre più simili ai nostri figli. Obbligandoci a ripensare la nostra identità italiana ed europea.  

 

Già oggi non si diventa più italiani solo per nascita o discendenza ma per scelta. Questo significa che l’idea laica e repubblicana di unire gli italiani, strategica per cambiare le sorti della nostra Penisola da terra sottomessa e nazione sovrana, deve essere estesa per unire tutti coloro che vogliono essere italiani. Anche se sono nati in altri continenti, non hanno genitori italiani, e vogliono appartenere alla nostra comunità nazionale solo perché attirati dalla sua creatività artistica e culturale. Ciò significa immaginare un nuovo patto sociale fra chi già vive in Italia e chi sceglie di risiederci, in tempi storici differenti, puntando a un equilibrio fra parità dei diritti e rigido rispetto della legge. Infine, ma non per importanza, il terrorismo jihadista: ovvero la più brutale e sanguinaria versione del totalitarismo che nel XXI secolo minaccia le democrazie liberali così come il nazifascismo e il comunismo sovietico fecero nel secolo precedente.  

 

I jihadisti amano la morte come i carnefici di Hitler, disprezzano la libertà come gli agenti di Stalin, hanno il miraggio del controllo dell’intero pianeta come altri dispotismi prima di loro e per perseguire tutto questo massacrano anzitutto chi è musulmano come loro, nella convinzione che ciò li porterà a sottomettere cristiani ed ebrei, buddisti e hindu, atei e animisti. Come già avvenuto in passato la risposta delle democrazie non può che essere una e duplice: difendersi con le norme dello Stato di diritto e unirsi contro il mortale nemico al fine di sconfiggerlo. Ciò che qui più serve è una dottrina di sicurezza collettiva per proteggere le democrazie nel XXI secolo da nemici senza precedenti: che si infiltrano nella popolazione per colpire in abiti civili e che non esitano a pianificare l’uso delle più sanguinose armi di distruzione di massa.  

 

Diseguaglianze, migrazioni e terrorismo sono sfide destinate a ridefinire le democrazie. Chi saprà affrontarle e superarle darà vita a società liberali capaci di essere protagoniste del nuovo secolo, gli altri saranno destinati a un inesorabile declino. Perché quando la Storia accelera diventa feroce. In ultima istanza a fare la differenza sarà il coraggio dei leader, e dunque dei singoli cittadini, nell’affrontare la responsabilità di difendere le libertà che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni che ci hanno preceduto. Per questo la lezione e l’esempio di Carlo Casalegno non potrebbero essere più attuali. 

 

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