Sicilia, neo consigliere di Forza Italia indagato insieme al padre deputato

Luigi Genovese, 21 anni, accusato di riciclaggio con il genitore Francantonio. È il quarto consigliere del gruppo regionale finito nei guai
ANSA

Luigi Genovese, 21 anni


Pubblicato il 23/11/2017
Ultima modifica il 23/11/2017 alle ore 17:57
palermo

«Luigi ha una esperienza che gli viene dalla sua famiglia». Ora chissà quante volte questa frase del coordinatore di Forza Italia in Sicilia sarà rimproverata a Gianfranco Miccichè, che aveva presentato così la candidatura all’Ars del figlio ventunenne di Francantonio Genovese: già ex parlamentare nazionale (il padre) del Pd, condannato a 11 anni per i corsi d’oro della formazione siciliana, passato a Forza Italia e adesso destinatario, assieme ai familiari – compreso proprio Luigi, il giovane neodeputato regionale del partito di Berlusconi, terzo per numero di preferenze in Sicilia, 17.359 – di un sequestro da 30 milioni, disposto dal Gip, su richiesta della Procura di Messina, guidata da Maurizio de Lucia, ed eseguito dalla Guardia di Finanza. 

 

 

Proprio Francantonio è il principale bersaglio dell’indagine, ma anche Luigi Genovese, il figlio, è indagato per riciclaggio. Ed è il quarto componente della nuova Assemblea regionale siciliana – non ancora insediata – a finire ufficialmente sotto inchiesta: gli altri sono Cateno De Luca, centrodestra, pure lui indagato a Messina; Edy Tamajo, centrosinistra, accusato di avere comprato i voti a Palermo; Riccardo Savona, Forza Italia, che, sempre nel capoluogo dell’Isola, avrebbe truffato risparmiatori con finte compravendite di immobili. Insomma, un bel quadretto, con un quinto neodeputato, il leghista Tony Rizzotto, finito nel mirino per la sparizione di fondi regionali destinati al suo istituto di formazione, ma non ancora indagato ufficialmente. 

 

I finanzieri di Messina hanno messo i sigilli a società di capitali, conti correnti, beni mobili ed immobili - compresa una villa a Ganzirri - e azioni, riconducibili proprio a Francantonio e Luigi Genovese. Sono venuti fuori fondi esteri per un ammontare che supera i 16 milioni di euro, schermati prima con una polizza associata a un conto svizzero aperto presso la società Credit Suisse Bermuda e poi trasferiti su un conto corrente a Montecarlo. Secondo i pm messinesi, quando finì sotto indagine per i corsi d’oro della formazione professionale, l’ex deputato avrebbe cercato di evitare che i beni venissero colpiti da una misura patrimoniale trasferendo soldi e altro all’estero e riportandoli in parte a Messina per tentare di sfuggire al fisco. Nella stessa ottica, Francantonio aveva trasferito il patrimonio ad alcuni parenti, compreso il figlio, nel frattempo candidato eletto con una messe di voti all’Ars. Candidato, ovviamente, tra polemiche di fuoco, col leader della coalizione, il candidato presidente, poi eletto, Nello Musumeci, assente alla convention in cui era stata lanciata la sua candidatura e pronto a dire che, se c’erano impresentabili nelle liste che lo sostenevano, gli elettori non avrebbero dovuto votarli. Consiglio poco o per niente ascoltato, dato l’enorme successo di Genovese jr, terzo in assoluto in Sicilia, alle spalle dell’irraggiungibile Luca Sammartino (Pd), oltre 32 mila voti a Catania, e del grillino Stefano Zito (18.008). 

 

I Genovese sono una potentissima dinastia, perfettamente inserita nell’intreccio tra politica e imprenditoria: nel processo di primo grado contro Francantonio (già azionista e dirigente del gruppo Franza, il colosso dei traghetti) sono stati condannati pure la moglie, Chiara Schirò, 3 anni e 3 mesi come la sorella Elena, moglie dell’ex deputato regionale Franco Rinaldi, che aveva avuto due anni e mezzo. Nel processo corsi d’oro giravano milioni di euro, trasformati in una macchina elettorale inarrestabile, «imponente», secondo la definizione degli inquirenti. Il successo del giovanissimo e sconosciuto studente di Giurisprudenza della Luiss lo ha confermato. 

 

Il padre, ex dc, ha spaziato, morto il partito della Balena bianca, prima nel centrodestra e poi nel centrosinistra, diventando uno dei vertici della Margherita e poi il primo segretario del Pd siciliano. E ancora, deputato regionale e sindaco di Messina, eletto nel 2005 con l’Unione. Alle primarie del 2012 fu il dem più votato d’Italia, con poco meno di ventimila voti ai gazebo, un record. Poi vennero i guai giudiziari, l’arresto autorizzato dalla Camera, la decadenza, il passaggio a Forza Italia. 

 

«È la prosecuzione di un percorso», ha detto il giovane Luigi scendendo in campo. E a urne chiuse, ha detto che «gli impresentabili sono i 5 stelle con il loro linguaggio volgare, non io o mio padre. I Genovese hanno fatto solo del bene a Messina e la città ce lo ha riconosciuto». I grillini avevano detto che gli impresentabili, messi tutti insieme, avevano spostato l’asse, portando alla vittoria di Musumeci, che ha staccato Giancarlo Cancelleri, del M5S, di 110 mila voti. «E il mio – aveva confermato Luigi Genovese – è stato direi un contributo decisivo alla vittoria di Musumeci. Nemmeno mio padre è impresentabile, perché ha una condanna in primo grado e non una sentenza definitiva». 

 

 

Un passaggio dell’ordinanza  

 

 

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