L’Iran conferma la condanna a morte del medico accusato di spionaggio

Amnesty International da Londra accusa: “Per Djalali una revisione sommaria senza la difesa”

Ahmadreza Djalali con la moglie Vida e i figili Amitis e Ariou durante una vacanza a Venezia nel periodo in cui il medico lavorò in Italia


Pubblicato il 12/12/2017
Ultima modifica il 13/12/2017 alle ore 17:41
novara

É stata confermata in Appello la condanna a morte per Ahmadreza Djalali, il medico iraniano di 46 anni detenuto dall’aprile del 2016 con l’accusa di spionaggio a favore di Israele. Lo annuncia una nota di Amnesty International di Londra: «Gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno appreso sabato 9 dicembre che la Sezione 1 della Corte Suprema (di Teheran ndr) aveva preso in considerazione e ha confermato la sua condanna a morte in modo sommario senza concedere loro l’opportunità di presentare le loro osservazioni difensive». 

 

Djalali è un esperto in Medicina dei disastri e dal 2012 fino alla fine del 2015 ha lavorato a Novara, all’Università del Piemonte Orientale con cui collaborava ancora nel momento in cui è stato arrestato, durante un viaggio di lavoro in Iran su invito dell’ateneo di Teheran. All’inizio di quell’anno, il 2016, il medico si era trasferito in Svezia, a Stooccolma, con la famiglia, la moglie Vida e i figli Amitis e Ariou, di 14 e 5 anni.  

 

LEGGI - IL DOCUMENTO  

 

É accusato di essere una spia di Israele fin dal 2008 e di aver ottenuto così incarichi nelle università europee e permessi di soggiorno in Svezia e Italia. Lui si proclama innocente: «Mi sono rifiutato di fare la spia per i servizi segreti iraniani e per questo mi hanno arrestato» si legge in un documento lungo una pagina e mezza e arrivato in forma anonima a «La Stampa». Il testo appare scritto ad agosto da Djalali e riferisce di due contatti con agenti segreti iraniani. Il primo sarebbe avvenuto alla fine del 2014 durante un viaggio per accordi tra l’Università novarese e quelle iraniane: i due uomini dell’intelligence militare gli avrebbero chiesto di fornire loro dati sensibili sui paesi europei in cui si trova e piani inerenti il terrorismo. «Io sono solo uno scienziato, non una spia e la mia collaborazione scientifica ai centri accademici iraniani deriva dal mio amore e dal mio impegno verso la patria». Il secondo contatto risalirebbe all’autunno 2015.  

 

La mobilitazione di tutto il mondo  

Per Djalali si sono mobilitati in tantissimi in tutto il mondo: 75 premi Nobel hanno invocato la sua liberazione e poi le diplomazie di Svezia, Belgio e Italia ( i paesi in cui ha lavorato), Amnesty e altre organizzazione per i diritti umani, ricercatori e scienziati. Ancora oggi i senatori Luigi Manconi ed Elena Ferrara hanno sollecitato il ministero degli Esteri italiano e l’ambasciatore del nostro paese in Iran per verificare la situazione giudiziaria del medico. Domani, mercoledì 13 dicembre, il caso sarà discusso nella riunione mensile dei capi missione dell’Unione Europea per valutare la possibilità di un passo ufficiale dell’Ue nei confronti di Teheran. 

 

LEGGI- LA CONDANNA A MORTE  

 

Non sarebbe chiaro se l’appello non sia stato proprio presentato o se la domanda di revisione del processo non sia stata corredata delle necessarie argomentazioni per l’impossibilità di conoscere i giudici incaricati. Secondo quanto riportato da Amnesty «dall’inizio di novembre, gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno ripetutamente contattato la Corte Suprema per scoprire in quale sezione era stata assegnata la petizione di ricorso in modo che potessero presentare le loro osservazioni. Gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno detto di essere stati più volte informati dagli impiegati del tribunale che il caso non era ancora stato assegnato a titolo e che avrebbero dovuto aspettare. Di conseguenza, l’improvvisa notizia della decisione della Corte Suprema è stata uno shock. Le autorità iraniane devono immediatamente annullare la condanna a morte di Ahmadreza Djalali e accordargli il diritto di presentare un appello significativo contro la sua condanna dinanzi alla più alta corte».  

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