Solidarietà, Tavola Amica: calore e storie difficili La visita alla mensa della Caritas di Aosta

Un’ospite della mensa Caritas


Pubblicato il 21/12/2017
Ultima modifica il 23/12/2017 alle ore 09:56
aosta

Si entra e in fondo alla piccola sala c'è uno sportello. Un volontario lì accanto fornisce un numero su una tessera plastificata. L'unica domanda che viene fatta è: «Di che nazionalità sei?». In pochi minuti suor Roberta, o chi fa servizio in quel momento, riempie il vassoio di un pasto caldo: oggi zuppa di riso e verdure, fettina di carne, focaccia alle olive e alla cipolla e una mela. «Grazie, bello caldo per favore» si sente dire a voce bassa. Poi, in un silenzio che non si capisce se è il freddo o l'isolamento a neutralizzare la voglia di parlare, il cibo viene consumato seduti alla fila di tavoli, lì vicino. Sono le 11,30 di domenica. Ma questo è l'iter che tutti i giorni della settimana (e da inizio dicembre per la prima volta anche nel giorno festivo) compiono le persone che si rivolgono a Tavola amica, la mensa della Caritas. Molti degli ospiti arrivano da paesi del circondario per mangiare nella struttura aostana in via Abbé Gorret, gratuita e aperta a tutte le persone in difficoltà che vi si presentano (circa 60 al giorno e 45 di domenica).  

 

«Prendo l'autobus da Villeneuve - racconta Andrea, 47 anni, valdostano -, per me questa mensa è un servizio indispensabile. Vivo con una pensione di invalidità di 280 euro al mese e ho uno sfratto esecutivo sulle spalle». Lui, come altri, a fine pasto si presenta dai volontari con un sacchetto di carta chiedendo se per caso avanza qualche pagnotta, «mi serve per cena o per colazione. Sa, ogni tanto un amico mi invita a casa sua per cenare, ma quando non succede devo arrangiarmi». Dopo che il pasto caldo ha scaldato un po' il corpo, spunta in alcuni commensali anche la voglia di chiacchierare. Si capisce subito che qualcuno di loro viene qui da tanto tempo. Anna, cinquantenne italiana, mangia qui da 2 anni: «Non mi piace - racconta mostrando di non aver finito le porzioni nel vassoio -, comunque la vita è questa. Non voglio dire altro». Dove vive? «In un posto in regione Borgnalle - risponde -, ma non ho né acqua, né elettricità, né riscaldamento».  

 

Che molti degli ospiti vivano gran parte della giornata al freddo si intuisce dalle stratificazioni di vestiti usati che si tolgono man mano che il cibo li riscalda. Due di loro, un pakistano e un africano, hanno fatto amicizia proprio trovandosi in mensa. «Dormiamo nei tubi vicino alla grande fabbrica. Il freddo ci fa svegliare ogni ora. Ma c'è chi sta peggio di noi» racconta Issa, 37 anni, dalla Guinea Bissau. «Io non sono un profugo dal mare - continua - perché sono fuggito dalla guerra del mio Paese arrivando in Italia in aereo e andando a lavorare al Sud: 3 euro all'ora nelle serre. Poi sono salito qui in Valle e ho aiutato in un ristorante in montagna, ma adesso non c'è più lavoro. Ho fatto richiesta per tornare in Africa dove ci sono i miei figli». Tra i tavoli spunta una voce dall'accento valdostano: «Qui sentirai tante storie difficili e io sono consapevole che a differenza di altri mi sono ridotto così con le mie mani» dice Luciano, 59 anni. «Mi sono divorato la vita con il gioco d'azzardo alle slot nei bar. Però fra qualche anno dovrei aver pagato tutti i debiti».  

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