Nell’officina dell’artista di Invorio dai vecchi ingranaggi nascono i robot

Gaetano Muratore a marzo esporrà al Museum of the order of St. John di Londra

Gaetano Muratore, 58 anni, nel suo laboratorio


Pubblicato il 27/12/2017
Ultima modifica il 27/12/2017 alle ore 12:47
invorio

La prima opera fu una macchina del tempo, anzi, della memoria: un grande contenitore che si illumina come un juke box e all’interno lascia intravedere oggetti della sua infanzia, parti della prima motocicletta, giocattoli rotti, un pezzo di registratore, mossi dal motore di una macchina per cucire. Erano gli anni Ottanta e Gaetano Muratore, artista di Invorio, creava nei ritagli di tempo dal suo lavoro alla Compagnia internazionale Wagon Lits con cui viaggiava in tutta Europa. Lasciò il posto fisso nel 1998 per dedicarsi all’arte, autodidatta di quello che oggi viene chiamata «Junk technology», creazioni artistiche tecnologiche realizzate usando cianfrusaglie e materiali di recupero. Un campo in cui Gaetano Muratore, perito meccanico, ha trovato la sua strada diventando, col tempo, un nome: ha esposto le sue opere, macchine, androidi, robot in tutta Italia e dal primo marzo al 15 giugno il suo ultimo «Cavaliere medievale» sarà a Londra, al Museum of the order of St John, per la mostra «Age of future reloaded».  

 

 

«È l’ultimo progetto di un percorso al fianco di Marcello Pecchioli, docente universitario che guida l’associazione Age of future». È un gruppo di creativi che a Bologna sviluppa mostre, eventi, installazioni sul tema della tecnologia e del futuro. Con cui Muratore si è subito trovato in sintonia: «Il problema non è tanto saper fare, ma trovare la propria strada artistica, a copiare sono tutti capaci» racconta nella sua casa di Invorio, colma di opere che raccontano il suo percorso, dai primi quadri ai robot fatti con materiali riciclati, la vecchia Remington del padre, le luci della targa della sua Renault, un telefono, l’interno delle scarpe da lavoro, piccoli e grandi androidi meccanizzati che si muovono, girano, aprono il petto e mostrano un cuore nascosto, ti guardano da un angolo, seduti su uno sgabello. «Negli anni Novanta le mie opere hanno iniziato a interessare, curavo allestimenti a tema nei locali, partecipavo a collettive ed eventi». Nel 2000, ad esempio, al progetto «Robot i noti ignoti» al Telecom future centre di Venezia, nel 2013 a «Scenari, visioni e frammenti del Tecno Medio Evo» al Museo delle scienze di Torino.  

 

Intanto si è specializzato nell’artigianato artistico, ha lavorato nel design d’interni, creando progetti con lo studio Canali di Parma, installazioni negli stand del salone del mobile di Milano. «Mi piace l’idea di recuperare la memoria degli oggetti, creando un ponte tra passato e futuro» spiega. Così sono nati anche i suoi cavalieri medievali: il primo l’ha comprato Anselmo Basso, collezionista torinese. Il secondo volerà a Londra.  

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