Bonomi: “È il momento dell’Italia. Gli investitori non temono le prossime elezioni”

Il patron di Investindustrial: “Le nostre banche hanno bisogno di 7-10 miliardi di aumenti di capitale”

Andrea Bonomi ha creato Investindustrial nello stabilimento della Aston Martin in Gran Bretagna


Pubblicato il 12/01/2018

«Questo è un buon momento per l’Italia. Il Paese è in crescita. Ci sono alcuni fattori che non capitavano da tempo. Una crescita dell’economia mondiale sincronizzata che finalmente riguarda anche il nostro Paese. I nostri competitori diretti hanno situazioni delicate da gestire: l’Inghilterra con la Brexit, la Spagna alle prese con la Catalogna, la Germania che stenta a creare un governo. Noi sembriamo un Paese potenzialmente tranquillo, anche se arriviamo all’ultimo momento a prendere la coda di una crescita di cui gli altri hanno goduto negli ultimi anni. Presumibilmente ci restano 2-3 anni buoni, non sprechiamoli. L’aver perso la prima parte di crescita é già un danno gravissimo». 

 

Andrea Bonomi, classe 1965, nipote della mitica Anna Bonomi Bolchini, la “sciura dei danèe”, regina di Piazza Affari negli anni Sessanta e Settanta, con Investindustrial ha un osservatorio privilegiato sul mondo degli investimenti. 

 

La sua è una società di private equity con una spiccata vocazione industriale. Raccoglie qualcosa come 6,5 miliardi di capitale da investitori privati, gruppi, fondi sovrani e li traduce in interventi mirati a garantire a chi gli affida i quattrini sostanziosi guadagni. Rileva aziende interessanti, in alcuni casi le ristruttura e sempre ne accompagna la crescita. Ha rilanciato la Ducati poi rivenduta all’Audi. Ha acquisito l’Aston Martin insieme a partner del Kuwait. Ha riportato in Italia le calzature di Sergio Rossi. Ha avviato un polo del design intorno a B&B Italia, Flos e Arclinea. Ha rilanciato Gardaland e ha lanciato PortAventura in Spagna. Ha scommesso sul difficile rilancio della Valtur.  

 

Non teme che il suo ottimismo possa naufragare con le prossime elezioni?  

«Non credo che un imprenditore investa o non investa aspettando le elezioni. Sono importanti, ma non rappresentano una questione decisiva. Non danneggeranno l’appetito a investire in Italia nel breve termine».  

 

Quindi lei investirà ancora nel nostro Paese?  

«Già oggi 1,9 miliardi, pressappoco il 40%, degli oltre 5 miliardi di investimenti che abbiamo, sono in Italia. Continuiamo a essere interessati. Facciamo 3 o 4 investimenti l’anno e nel 2018 speriamo che due saranno in Italia. Poi si tratta di cogliere le opportunità. Nel solo dicembre scorso abbiamo realizzato tre investimenti in Europa». 

 

Di che cosa si tratta?  

«La prima è stata l’italiana Ceme, leader mondiale nella produzione di pompe e valvole, utilizzate ad esempio nelle macchine per il caffè monodose. Poi l’inglese Oka che realizza mobili di design, fondata da lady Annabel Astor, suocera dell’ex premier David Cameron. Infine la francese Benvic, un’azienda chimica con tre stabilimenti di cui uno a Ferrara». 

 

Su quali settori punterete?  

«Abbiamo una liquidità, di 1,7 miliardi e intendiamo rimanere liquidi perché crediamo che gli anni buoni per gli investimenti debbano ancora arrivare. Verranno fuori occasioni anche inaspettate. Sono tanti i settori che necessitano di ristrutturazione. In Italia c’è una frammentazione eccessiva delle imprese. Il design ci interessa molto. E poi l’industria». 

 

A questo proposito che progetti avete su Aston Martin, il mitico marchio di James Bond? La porterete in Borsa come si dice?  

«Intorno ad Aston Martin c’è molto interesse. Capisco le speculazioni giornalistiche. Ma, insieme ai nostri soci kuwaitiani, non abbiamo preso ancora nessuna decisione. E’ vero che gli investimenti fatti sui modelli sportivi stanno dando frutti molto positivi e il piano industriale che prevede l’entrata in nuovi segmenti, soprattutto Suv, riscuote grande interesse dai nostri clienti». 

 

Si parla di rilancio di una vecchio antagonismo con la Ferrari.  

«Aston Martin e Ferrari hanno clienti simili, ma diversi. Il nostro è ricco, relativamente giovane, sportivo e guida di più la sua auto».  

 

Si dice che Aston Martin supererà il miliardo di euro di fatturato e il 2017 sarà il primo anno con un utile netto. E’ corretto?  

«Tradizionalmente noi e il managment siamo sempre prudenti sui numeri. I risultati saranno comunicati a inizio marzo, ma posso dire che ne siamo molto soddisfatti». 

 

Nuovi investimenti nell’auto?  

«Ci sono aziende che stiamo guardando, soprattutto nell’ingegneria di nicchia». 

 

Pentito di aver ceduto Ducati?  

«In effetti... A suo tempo con i manager ci siamo posti il problema se c’era qualcuno che avrebbe potuto sostenerne ulteriormente lo sviluppo. Di fronte alla proposta di Audi ci è sembrato di fare la cosa giusta per l’azienda. Ma se mai oggi la Ducati venisse messa in vendita, abbiamo detto all’Audi che saremmo contentissimi di ricomprarla». 

 

E la sua passione per le banche? Dopo l’esperienza non proprio felice in Popolare di Milano, intende occuparsene?  

«Una premessa. Penso che le banche italiane abbiano bisogno di un altro giro di aumenti di capitale. Lo sanno tutti, anche se non lo dicono. Escluse Unicredit e Intesa che per dimensione non ho analizzato, al sistema servono tra i 7 e i 10 miliardi. Nessun rischio di sistema, ma non credo che sarà facile raccoglierli, con il mondo che evolve dal punto di vista tecnologico e di governance». 

 

Prevede nuove aggregazioni?  

«Per fare gli aumenti di capitale gli investitori chiederanno un altro salto di governance, sconti importanti e piani industriali che non siano solo mettere a posto i bilanci»

 

Guarda ancora alle banche?  

«Ci piacciono le sfide, ma non credo che emergeranno governance adeguate a investitori istituzionali come siamo noi». 

 

E se il mercato non mette i soldi?  

«Come tutto nel nostro Paese, é questione di volontà. Si deve cogliere il momento felice dei mercati che sosterrà il valore delle banche. Ma meglio essere realisti su governance e capitale il prima possibile, perché siamo già in ritardo». 

 

Sembra che lei voglia sempre di più fare l’industriale. Insomma meno finanza e più impresa.  

«Vedo una grande espansione del private equity nel mondo, ma anche un cambio di ruolo. Da business di nicchia di pura finanza si affermerà sempre più come sistema per gestire e perpetuare le aziende. Il modello mordi e fuggi del passato non è infatti più sufficiente. Ora investi e devi costruire, accompagnando la crescita sia nella globalizzazione, processo che sosteniamo con i nostri uffici nel mondo, da Shanghai a New York, sia nella digitalizzazione a cui abbiamo dedicato team specializzati a Londra e New York. È il mondo degli industriali. E il nostro approccio e la nostra ambizione, mia, dei partner e degli oltre 100 colleghi di Investindustrial, è essere i leader di questo sistema di private equity di stampo industriale». 

 

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