Zaini, mazzi di chiavi, telefoni: bruciati gli oggetti perduti nella notte di piazza San Carlo

Migliaia di pezzi ritrovati dopo la tragica calca di Torino non sono mai stati reclamati e sono finiti nell’inceneritore
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La Spoon River
Il giorno dopo la serata drammatica della finale di Champions, al centro di piazza San Carlo una distesa
di oggetti di ogni genere, tra migliaia di bottiglie, cocci di vetro e il tanto sangue delle persone rimaste ferite nel corso della fuga improvvisa


Pubblicato il 14/01/2018
Ultima modifica il 16/01/2018 alle ore 13:16
torino

Sono finiti come nelle peggiori delle fiabe: bruciati. Sciolti nel termovalorizzatore, alla periferia di Torino. Gli oggetti - scarpe, felpe, sciarpe, zaini, marsupi - lasciati a terra, tra un mare di cocci e scie di sangue, come in un campo di battaglia, dopo la tragedia di piazza San Carlo, il 3 giugno, hanno smesso, così, di raccontare storie, rievocare fughe, ricordare il panico, riaccendere rumori di ossa rotte e urla.  

 

 

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Sono rimasti mesi nei depositi allestiti apposta in città, come nei casi di calamità naturale, in attesa che i legittimi proprietari venissero a recuperare sneaker spaiate o t-shirt squarciate. Ma alla fine nessuno - o, comunque, una percentuale irrisoria - si è mai fatto vivo. «Sembrava il raccolto di un terremoto», dicono dall’Amiat, l’azienda torinese che ha gestito la pulizia del day after: in sede hanno steso un grande telo di 8 metri per 8 per adagiarci sopra la montagna di oggetti smarriti: «Il 70 per cento è rimasto lì, a terra: è venuto soltanto qualche torinese a cercare maglie e borse, altri non sono riusciti a ritrovare le loro cose».  

 

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All’ufficio oggetti rinvenuti del Comune (una media di 14 mila registrazioni l’anno), dove sono poi confluiti tutti i reperti rimasti non appena superata l’emergenza della prima ora, si è ripetuta la stessa scena, forse ancora peggio: «Non si è visto praticamente nessuno per giorni - conferma Roberto Mangiardi, il direttore dell’area Commercio, che gestisce il servizio -: così dopo qualche mese si è deciso di smaltirli, era materiale molto sporco, deteriorato che non poteva restare a lungo in deposito». È stato poi necessario bonificare anche i locali. K-way, canotte, sandali, sono tornati quindi all’Amiat, e da lì al termovalorizzatore del Gerbido per esser eliminati come rifiuti indifferenziati qualsiasi.  

 

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Eppure si è cercato in tutti i modi di restituirli, mostrando una delicatezza andata ben oltre burocrazia e protocollo: aperture straordinarie dei depositi e degli uffici comunali, addetti gentili come psicologi dopo un disastro aereo, quando si presentava qualcuno allo sportello, ore a smistare scatoloni di merce rinvenuta, avvisi on line, tam tam mediatico. Caserme e questure hanno messo a disposizione personale ad hoc per gestire i 300 oggetti finiti solo lì, per lo più chiavi e documenti. Sono arrivati a contare 26 sacchi pieni di «roba». Soltanto le carte d’indentità sono state riconsegnate, una dopo l'altra, a mano per chi abitava in zona, oppure spedite, anche agli stranieri. La maggior parte dei documenti apparteneva a ragazzi provenienti dalla Lombardia.  

 

Ma borse, scarpe e maglie sono un’altra storia. Rientrano negli «oggetti personali non di valore», economico di certo, ma affettivo? Forse è proprio questo il punto: «Sono ricordi, forti: la reazione di chi li ha persi in quella notte è quindi assolutamente normale - spiega Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di psicologia dell’Università di Torino -: rievocano un trauma che non si vuole rivivere». Ma c’è anche una ragione più profonda: «La mente si protegge e mette quegli oggetti, legati a un episodio tanto drammatico, nell’oblio, li distrugge». Rifiutare le scarpe per rimuovere piazza San Carlo, insomma, almeno nella testa: «Esatto, a meno che non si soffra di disturbo post traumatico da stress: in questo caso invece l’evento viene riproposto di continuo».  

 

 

Si vive imprigionati in un incubo, una reazione che secondo Zennaro è compatibile con quanto vissuto a Torino durante la finale di Champions: «È stata un’emergenza oggettiva, ma influisce sempre anche una componente di valutazione soggettiva». Cioè, non sono solo guerre e terremoti a choccarci. «Semplifico, con un esempio: se uno ha paura dei ragni e si sveglia una notte con un ragno sul petto, subisce un trauma ugualmente». Questo spiegherebbe come mai non ha cercato di riottenere quanto perso nemmeno chi da quella sera è uscito, tutto sommato e almeno fisicamente, indenne. C’erano 30 mila persone, sono rimasti feriti in 1526 (oltre ad Erika Pioletti, 38 anni, morta dopo 12 giorni d’agonia), ovvero molti meno del numero di oggetti abbandonati nel delirio e mai recuperati. La volontà di girare pagina, alla fine, è quindi prevalsa, persino sull’istinto di tenersi sopra la credenza la sneaker-cimelio di una notte comunque passata alla storia.  

 

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