Chiamparino: “Il Cio vuole siti low cost: solo a Torino la carta vincente”

Il presidente della Regione: in questo campo il modello non è Milano ma il Piemonte
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Sergio Chiamparino, sindaco durante le Olimpiadi del 2006: i giochi si tennero dal 10 al 26 febbraio


Pubblicato il 10/02/2018
Ultima modifica il 10/02/2018 alle ore 18:52
torino

Un modello Milano per Olimpiadi? Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte, non usa una delle sue massime preferite - «esageroma nen» - per commentare le affermazioni del sindaco del capoluogo lombardo ma la mette giù così: «Ad oggi non mi pare che Milano abbia gli impianti sportivi adatti per ospitare le olimpiadi invernali e se l’indicazione del Cio è quella di realizzare i giochi in versione low cost e con un basso impatto ambientale allora io credo che l’unica carta che potrebbe essere vincente è nelle mani di Torino che, tra le altre cose in questo campo può sicuramente essere un modello».  

 

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Perché Torino ha in mano la carta vincente e Milano no?  

«Perché gli impianti realizzati in occasione dei giochi del 2006 in parte sono ancora utilizzati e gli altri potranno essere riattivati con costi relativamente bassi. nel primo caso il discorso vale per gli impianti del ghiaccio nel secondo per gli impianti del trampolino e del Bob. E poi per quanto riguarda le gare di sci gli impianti delle valli olimpiche possono ospitarli quasi a costo zero. Se si fa la somma di queste opportunità risulta evidente che qui i costi organizzativi sono minori». 

 

Presidente ci spiega perché Torino è un modello?  

«Ma perché qui, per fortuna ci sono le competenze e le esperienze di chi quei giochi li ha organizzati e che, soprattutto nella fase delle candidature questi rapporti immateriali nati in quegli anni e mai rotte possono essere sicuramente utili».  

 

Che cosa c’è da fare, allora?  

«Tutto questo patrimonio dobbiamo metterlo a disposizione del sistema sportivo paese. Poi tocca alle comunità locali e al Coni decidere che cosa fare». 

 

Dunque non ci sarà un Mi-To per le olimpiadi?  

«Una candidatura del triangolo industriale, cioè Milano, Torino e Genova avrebbe avuto e probabilmente ha ancora un senso, quando si parla dell’organizzazione delle Olimpiadi estive che hanno bisogno anche di mare e laghi. Era una bella idea, da giocare subito dopo il No di Roma ma adesso mi sembra tramontata».  

Torino e le valli Olimpiche correranno da sole?  

«Esportare quel modello ai giochi invernali mi sembra sinceramente complicato perchè in questo caso specifico le distanze tra le diverse sedi di gara e tra la città e la montagna devono essere ridotte. Nel 2006 vennero investiti molti soldi per realizzare infrastrutture. Da questo punto di vista Torino e le valli olimpiche sono sicuramente un passo avanti».  

 

Dunque sì alla ricandidatura di Torino?  

«Come ho già detto chiedermi un parere è come chiedere all’oste se il suo vino è buono. In ogni caso personalmente ci proverei perché penso ne varrebbe la pena ma la decisione non spetta a me ma alle comunità locali. Ho notato l’interese positivo e prevalentemente favorevole dei sindaci della montagne olimpiche e anche di quello di Pinerolo, dove governa il M5S. Torino deve decidere. Non conosco la tempistica ma credo che sia arrivata l’ora di stringere, campagna elettorale permettendo».  

 

Il sindaco di Milano ha rilanciato l’idea di una kermesse unica per gli eventi legati al libro, che cosa ne pensa?  

«Regione e Comune sono focalizzati sull’organizzazione della prossima edizione del salone del libro, sono convinto che sarà un successo, e contemporaneamente sulla definizione di un nuovo strumento per il lungo periodo. Per quanto mi riguarda non c’è altro da prendere in considerazione, anzi no: personalmente eviterei di continuare ad avere questa guerra tra Torino e Milano come riferimento».  

 

Il Salone unico del libro proposto dal sindaco Sala non può essere la soluzione?  

«Dal mio punto di vista non è una questione all’ordine del giorno e delle priorità. Io sono convinto che se Torino e Milano in questo campo faranno bene il loro lavoro e il nostro mestiere, così come abbiamo fatto in passato, ci guadagnerà non solo l’industria editoriale ma anche quella culturale che hanno la missione di diffondere in Italia la lettura dei libri».  

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