Nicola Lagioia: “Deluso, ma non mi arrendo. Politici miopi sulla cultura”

Il direttore del Salone del Libro di Torino: «Voterò, è un dovere. Però negli ultimi anni sono state sacrificate generazioni di giovani»
AFP

Il restauro di un affresco all’Old Royal Naval College di Londra, uno degli investimenti in cultura che si fanno all’estero


Pubblicato il 14/02/2018
torino

Nicola Lagioia è un animale atipico nel mondo degli scrittori italiani. Aria timida, non cerca cattedre dalle quali pontificare, pesa le parole, sfuma i giudizi e usa l’arte della diplomazia, come l’abate Dinouart usava quella di tacere. Ma lui, per fortuna parla, figlio come è di quella tradizione che sono le riviste letterarie in Italia: prima Lo Straniero di Goffredo Fofi poi, più recentemente, l’assidua frequentazione con Minimaetmoralia, uno dei magazine online che ha tenuto a battesimo i migliori autori di ultima generazione. Forse per questo motivo, un anno e mezzo fa, si è caricato sulle spalle l’edizione più difficile del Salone del Libro di Torino uscendo vincitore nella sfida con Milano. Ecco perché Nicola Lagioia sa benissimo che strada dovrebbe percorrere l’Italia che ha a cuore la cultura e quel che vale la pena chiedere a chi governa. 

 

Partiamo dal futuro prossimo: lei andrà a votare?  

«Sì, certo. Non ho ancora deciso per chi, ma è un diritto-dovere al quale non voglio rinunciare: piuttosto scheda bianca, ma andrò. Sono molto deluso, ma non mi arrendo».  

 

Perplesso dallo stato della cultura in Italia?  

«Il problema non sono i singoli, ma il contesto. Mi spiego: se pensiamo al cinema siamo tra i più rappresentati e premiati agli Oscar, guardi anche solo Guadagnino quest’anno. Lo stesso vale per la Palma d’Oro a Cannes. Sono appena stato a New York per alcune presentazioni, io volevo parlare di Philip Roth, loro di Elena Ferrante. Ma all’Italia manca un progetto generale, un minimo comun denominatore». 

 

Perché la politica, in gran parte, ignora la cultura?  

«È un atteggiamento miope. Se consideriamo i Paesi che crescono di più, e parlo in termini di Pil, sono quelli che hanno investito maggiormente in questo settore. C’è più benessere, più felicità, si sta meglio. Basta osservare il tipo di indotto che produce il solo Salone del Libro: lo chieda ai tassisti, ai ristoratori, ai negozianti. Il guaio è che la cultura ha tempi medio lunghi, chi ci governa o vorrà governare pensa solo all’immediato». 

 

Cosa servirebbe?  

«Urge un progetto per il cinema, uno per la letteratura, uno per la musica, uno per il teatro. E non parlo di aiuti di Stato, perché conosco già le obiezioni, ma bisogna sedersi attorno a un tavolo e capire quali provvedimenti prendere per tornare a crescere come sistema, e non più solo come singoli. Magari qualcosa di tutto questo c’è nel programma dei partiti, ma è a pagina 70 o 80 e nessuno ne parla». 

 

Di recente il presidente della Confindustria di Cuneo ha scritto una lettera ai genitori invitandoli, in sostanza, a indirizzare i figli verso gli istituti tecnici e professionali piuttosto che verso scuole che insegnano materie umanistiche. Che ne pensa?  

«Vorrei rispondere con una battuta: forse il miglior manager italiano ha una laurea in filosofia. Mi colpì molto quando Barack Obama volle intervistare di persona Marilynne Robinson, la grande scrittrice americana: significava che l’allora presidente americano dava il giusto peso alla cultura classica, all’importanza che ha nella nostra vita, indipendentemente dal tipo di lavoro che uno fa. Il sapere è un’arma in più per tutti: operai, medici, avvocati o professori. Questo è il messaggio che deve passare. Frequentare le arti ci rende più umani, il problema però è sapere se, di questi tempi, ci interessa ancora esserlo. Siamo tutti preda di fragilità e paure, l’arte ci dà forza». 

 

Anche la scuola non gode storicamente di buona salute in Italia. Perché?  

«Ovvio, gli studenti non votano e non sono di nessun appeal per i partiti che vanno a caccia del voto degli anziani. Un pensionato interessa mille volte di più di un ragazzino. La politica ha colpevolmente e scientificamente sacrificato una o due generazioni ai propri interessi senza pensare al bene generale. Chi ci ha governato, e lo dico senza distinzioni, dovrebbe essere morso dal senso di colpa per gli errori commessi sulla pelle del Paese». 

 

Lo stesso vale per le università?  

«Non nego che ci siano bravi professori e ottimi studenti con la voglia di imparare, ma si è persa per strada l’energia di un tempo. Ora gli atenei sembrano piuttosto esamifici dai quali scaturisce poca creatività, poche idee originali». 

 

Cosa si augura per il futuro?  

«Noi siamo un bel Paese, spesso ci piangiamo addosso ma abbiamo risorse che altri non si sognano neppure. La politica dovrebbe imparare a coltivare i nostri lati migliori: quel sapere che ancora resiste nonostante tutto, la convivialità, la capacità di accoglienza. E qui faccio una parentesi pensando ai migranti: il welfare per noi non è un atto politico, è antropologico. Io ero a Bari quando arrivò la prima ondata di albanesi, le autorità erano smarrite, i cittadini sapevano benissimo cosa fare, si rimboccarono le maniche e aiutarono. Questa è la nostra cultura, questo dovrebbe sostenere e incoraggiare chi ci governerà. Anche se, dalla campagna elettorale, non vedo niente di simile». 

 

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